Quando ero piccola, mia madre, mia nonna e le mie zie mi hanno insegnato a lavorare ai ferri. Un ferro sotto il braccio destro, uno sotto il braccio sinistro, il filo del lavoro passato in un certo modo attorno alle dita della mano destra, l’indice che si muove ritmicamente per passare il filo sopra o sotto i ferri, in base al punto che si sta lavorando, sono queste le basi che mi hanno tramandato. I lavori, però, mi venivano dati già iniziati e, se mi cadeva un punto, qualcuno rimediava all’errore. In fondo, ero una bambina, alle parti complicate ci potevano pensare le mie insegnanti. Gli anni son passati e io sono andata via di casa e, ad un certo punto, mi è tornato il desiderio di lavorare a maglia. All’epoca vivevo a Roma, mi ricordo di una vecchia merceria di San Giovanni dove avevo comprato dei ferri di vari numeri (perché ho questa fissa di prendere sempre più cose di quelle che realmente mi servono, quando inizio un progetto, di qualunque cosa si tratti) e un filato caldo e morbido di un colore tra il fucsia e il ciclamino. Avevo chiesto, alla signora che mi aveva servito, un consiglio su che punto utilizzare per realizzare una sciarpona per l’inverno che stava arrivando e lei mi aveva suggerito una variante della Falsa Costa Inglese, spiegandomi in modo semplice ed efficace come fare. Quella sera stessa, una volta finito di studiare, avevo iniziato a sferruzzare come se non ci fosse un domani, portandomi molto avanti col lavoro. In meno di una settimana, lavorando un pochino tutte le sere, con mio grande stupore per non aver lasciato tutto a metà, avevo terminato la mia amata sciarpa e l’avevo usata per tutto l’inverno. Qualche anno dopo (perché le mie pause, anche negli hobby, durano spesso anni), avevo comprato altri gomitoli, ma, non avendo le idee chiare su cosa fare, ne avevo presi parecchi e di diversi colori. La frustrazione con la quale mi ero trovata presto a combattere era quella di non essere capace di fare altro se non sciarpe. Nessuno mi aveva insegnato a crescere e a diminuire le maglie, a fare gli scolli o a realizzare le maniche. Avevo delle vecchie riviste, prese dalla casa dei miei durante le vacanze di Natale, ma mi sembravano parecchio complicate da seguire. Così avevo iniziato a fare e a disfare, senza riuscire a rendere giustizia né a quei gomitoli né al mio potenziale.
Facciamo un altro salto temporale e arriviamo a novembre 2022.
Ho ancora parte di quei vecchi gomitoli. I colori rimasti sono viola e lavanda. Ho ancora i ferri. Sento ancora la frustrazione dell’ultima volta. Negli ultimi due anni o poco più sono successe molte cose nel mondo, che hanno lasciato dei solchi profondi nelle persone. Tutti si sentono cambiati. Sono successe molte cose anche nella mia vita e altre, alle quali mi sono abituata sin da piccola, si sono ripetute con la violenza dei temporali estivi. I solchi che ho dentro sono così profondi da sentirmi lacerata. Ho affrontato molti demoni in passato, miei e di chi mi stava vicino. Questa volta mi manca la forza, o almeno così mi sembra, perché in realtà questa volta trovo la forza vera, quella che ti fa fare quello che ti è sempre sembrato troppo difficile, se non impossibile: chiedere aiuto. E così, tra le altre cose che sono cambiate, adesso sono in terapia da un mese o poco più. C’è una merceria sulla strada che percorro ogni lunedì pomeriggio per arrivare da casa mia allo studio della mia psicoterapeuta, le vetrine sono piene di gomitoli colorati, mi fermo ad osservarli tutte le volte, lungo la strada di ritorno, finché un giorno mi decido ad entrare. All’interno del negozio, dietro ai vecchi tavoli di legno usati per servire la clientela, ci sono scaffali che vanno dal pavimento al soffitto, sui quali sono stipati migliaia di gomitoli di diversa grandezza e di ogni colore immaginabile. Mi sento sopraffatta. Non dovrei comprare nulla. Ho ancora i miei vecchi gomitoli, ho ancora i miei vecchi ferri.
Esco con un sacchetto bianco e oro, dal quale fanno capolino filati di vari colori. Sul fondo del sacchetto, invisibile agli sguardi altrui, c’è il mio primo uncinetto, solo uno. Non so, di preciso, cosa mi abbia spinto a comprarlo. Non era esposto in bella vista, ho dovuto chiederlo alla commessa. “Che numero le do, cara?”, si è limitata a domandarmi lei. Senza battere ciglio. Ignara del salto nel vuoto che sto per compiere. Non so lavorare a uncinetto, mi hanno insegnato solo ad avviare le catenelle. Torno a casa, mi chiudo in camera, tiro fuori il mio prezioso bottino e lo spargo sul letto. Dal fondo della busta, estraggo con cautela il mio uncinetto numero 5e1/2, ergonomico, col manico giallo di gomma. Ripongo nuovamente i gomitoli nuovi nel loro sacchetto e tiro fuori dall’armadio i miei vecchi gomitoli. Meglio sperimentare su di loro. Penso a quanto mi viene difficile lavorare ai ferri, che è qualcosa che conosco e so fare, anche se non benissimo. Quante volte sfilerò il lavoro, mentre imparo qualcosa di cui mi mancano persino le nozioni di base? Meglio usare quel vecchio filato, logoro dagli anni (come me), che ho provato a far diventare varie cose, per poi disfare tutto (proprio come sto facendo con la mia vita), dai colori un po’ sbiaditi e che non mi piacciono più (e che invece imparerò ad amare come le parti di me che vorrei solo nascondere). Cerco un video sul Tubo (oggi è veramente tutto più facile, non servono vecchie riviste incomprensibili, per imparare qualcosa). Afferro l’uncinetto con la mano destra, mi arrotolo il filo attorno alle dita della sinistra, trattengo il fiato. Voglio davvero imbarcarmi in qualcosa che so già che mollerò a metà, per poi sentirmi in colpa per l’ennesima volta? Perdo tempo, guardo un paio di video. La memoria meccanica si attiva, la mia mano conosce già questo strumento, le dita sanno già cosa fare, le catenelle vengono fuori come un automatismo. Dopo aver studiato e fatto un po’ di pratica, decido di iniziare con uno dei punti base e con un progetto di maglione il più semplice possibile da realizzare: un rettangolo per il davanti, uno per il dietro, due per le maniche. Poi cucirò tutto assieme. Mi stupisco. La vecchia me sarebbe partita col modello di maglione livello di difficoltà 3000. Avrebbe impiegato ore a spuntarla e poi, arrivata vicino al traguardo, si sarebbe fermata. Un’altra versione di me, qualche anno dopo, avrebbe disfatto quel lavoro e avrebbe riportato il filato in forma di gomitoli ancora più sbiaditi e ancora più logori.
Non questa volta.
Scopro che la lingua “uncinettiana” per me è comprensibilissima. Ho sempre amato i ferri. Ho sempre odiato vedere personaggi di film o serie TV lavorare a maglia in modo finto (in quale universo si lavora in quel modo? ditemelo!). Quando le tue mani conoscono veramente quella danza, non hai bisogno di pensare a quello che stai facendo per far crescere il lavoro. Se, però, nel lavoro ai ferri, sono come una ballerina amatoriale che si è iscritta a mille corsi e li ha lasciati tutti per mancanza di coordinazione, per il lavoro a uncinetto, scopro di avere un talento naturale. Finisco il mio maglione viola e lavanda. Si vede da chilometri di distanza che è il mio primo lavoro, sarei tentata di disfarlo, sono quasi pronta a disfarlo, ma quei colori ormai mi danno la nausea. Non voglio disfarlo.
Non questa volta.
Lavorare ad uncinetto diventa una passione. Prima di Natale, confeziono anche due cappelli. Compro altri uncinetti, dal numero 3 al numero 8. Compro altri gomitoli, troppi gomitoli (molti li sto usando ancora oggi, a un anno e mezzo di distanza).
L’uncinetto inizia a diventare terapia. Ospita i miei pensieri in movimento prima di una seduta, mi accoglie quando l’ansia cresce, mi tiene compagnia quando la solitudine la sento anche se ho qualcuno vicino. Alcune tra le mie migliori idee le ho avute lavorando ad uncinetto. Ed anche le più grandi illuminazioni.
Facciamo ancora un salto nel tempo e torniamo ad oggi, 9 luglio 2024, secondo giorno di blog
Questa mattina, stavo lavorando ad un maglioncino verde petrolio. Dopo molti lavori complessi, che mi hanno dato grande soddisfazione, sono tornata a un modello semplice: un rettangolo per il davanti, uno per il dietro, due per le maniche. Poi cucirò tutto assieme. Sono ipnotizzata dalla ripetizione dei punti, le dita si muovono in automatico, non ho bisogno di pensare a quello che sto facendo. I miei pensieri corrono all’articolo di ieri. Mi tornano alla mente le mie stesse
parole.
“…Un paio di settimane fa ho deciso di dedicare un anno alla scrittura. 365 giorni, partendo dal primo luglio, durante i quali provare a scrivere tutti i giorni. Oggi siamo all’otto luglio e la realtà è che ho scritto molto poco, in alcuni giorni proprio niente. Ieri sera, mio marito se n’è uscito con l’idea di aprire un blog e di pormi come obbiettivo quello di scrivere un articolo al giorno…
L’attuale progetto è: 365 giorni per scrivere 365 articoli e avere comunque abbastanza tempo per scrivere anche altro. Irrealizzabile..”.
Sorrido. Quelli non sono i miei progetti, sono i miei propositi. Quest’anno, il progetto sono io.
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