Stoffe, merletti e vecchi bottoni

Su un ripiano del mio armadio, vicino ad una macchina da cucire che ho comprato cinque anni fa, desiderosa di imparare, ma che non ho ancora mai usato, c’è una scatola di scarpe, piena di scatoline più piccole, recuperate negli anni, colme di bottoni di qualsiasi grandezza e colore, al punto tale che si fa fatica a chiuderle.
È la scatola dei bottoni della mia nonna materna.

Mia nonna, da ragazza, aveva frequentato un corso di sartoria. Era una cosa della quale andava molto fiera. A scuola, era stata costretta a fermarsi alla quinta elementare, anche se era molto portata, perché il padre aveva preferito tenerla a casa e aveva fatto proseguire negli studi solo i fratelli. Parliamo degli anni ’20 e purtroppo era una cosa frequente a quell’epoca, per la maggioranza delle bambine, sopratutto al Sud. L’idea generale era che per una donna fosse sufficiente saper leggere, scrivere e far di conto, per gestire al meglio la famiglia. Mia nonna, per questa imposizione del padre, ci aveva sofferto parecchio. Lo so perché me lo ha raccontato molte volte e lo so perché ricordo ancora il tono della sua voce mentre me lo raccontava, ogni singola volta. Un misto di delusione, rabbia e disperazione. Probabilmente il suo più grande rimpianto.
Una volta cresciuta e diventata una “signorina”, i genitori l’avevano mandata a studiare nella migliore sartoria della città in cui vivevano e anche dietro la macchina da cucire mia nonna si era rivelata un vero portento. La proprietaria, nonché insegnante, la lodava praticamente tutti i giorni e le diceva spesso che sarebbe stata felice di assumerla, una volta finito il corso. Le ragazze, durante le ore passate nel laboratorio, confezionavano modelli di alta sartoria e poi li indossavano, per fare pubblicità al negozio. Tra le cose che mia nonna aveva cucito, c’era una gonna. Mi aveva raccontato che il modello in questione doveva arrivare a metà polpaccio, ma suo padre era tremendamente geloso di lei e non le avrebbe mai permesso di andare in giro con un capo così “sconcio”. Lei, allora, si era inventata una modifica e aveva creato una gonna più lunga che, quando usciva di casa o vi faceva rientro, le arrivava alle caviglie, ma, quando era in sartoria, poteva essere tirata su, in modo da arrivare a metà polpaccio, come voleva la sua insegnante. Era andato tutto bene per qualche giorno, finché il padre non l’aveva vista per strada con la gonna ancora tirata su, l’aveva chiusa in casa e non le aveva più permesso di mettere piede in quel negozio nemmeno per terminare il corso, figurarsi per andarci a lavorare. Quest’altra imposizione le era pesata ancora di più. Si era vista negare la libertà, la possibilità di scegliere per il suo futuro, l’occasione di realizzarsi lavorativamente. Suo padre le aveva tolto tutto. Le aveva metaforicamente strappato le ali, senza minimamente preoccuparsi del dolore che le stava procurando.

Mia nonna è sempre stata molto dura con me (pare che io, definita la bambina più tranquilla del mondo dal resto della famiglia, a lei facessi perdere facilmente le staffe). Forse era gelosa della mia libertà di studiare e di scegliere, forse non ci siamo mai capite, forse le cose dovevano semplicemente andare così. In ogni caso, mi sono sempre sentita molto triste per tutte le rinunce che ha dovuto fare e per tutto quello che il padre le ha fatto passare. Una vera ingiustizia. Qualcosa che io non riesco nemmeno a concepire. Tutte le volte, quando ci ripenso, oltre alla tristezza, provo una gran rabbia. Non so perché vi ho raccontato questa storia, magari perché ricordo ancora perfettamente quanto lei ci tenesse a far sapere a tutti che era brava a studiare e che avrebbe potuto raggiungere qualsiasi obiettivo si fosse prefissata, se glielo avessero permesso. Almeno voi, adesso, lo sapete.

Torniamo però alla mia scatola di bottoni, che una volta era sua.
Anche se non aveva mai potuto lavorare in una sartoria, durante la sua vita mia nonna aveva confezionato centinaia di capi: gonne per lei, giacche per mio nonno, vestitini e cappottini per mia madre e non aveva mai sprecato uno scampolo di stoffa, anzi, in mano sua, qualunque capo di abbigliamento, che fosse stato cucito da lei o acquistato, veniva letteralmente sventrato, quando non poteva più essere indossato. I bottoni, i colletti, le bordature in pizzo di abiti, camicette, vecchie polo, tutto veniva tagliato o scucito e finiva in una serie di scatole diverse che ospitavano i vari “pezzi di ricambio”: stoffe, merletti, bottoni. Mi raccontava che se, ad esempio, un suo vestito era liso o strappato in un punto, lo smontava completamente e ne ricavava, magari, una gonna per lei e un abitino per mia madre. Non si buttava mai niente, tutto era recuperabile. Inutile dirvi che io ho qualche problemino a disfarmi delle cose, vero?
Quando avevo undici o dodici anni, per il Carnevale, mi aveva cucito, con la sua vecchia Singer a pedale, un vestito da principessa bianco e azzurro, con le maniche a sbuffo e la gonna rivestita di un pizzo celeste e oro. Meraviglioso. Per confezionare quell’abito, aveva usato solo stoffe, fodere, bottoni, pizzo e fili che aveva già, conservati chissà da quanto. Sarebbe stata felice ed orgogliosa di sapere che, una trentina d’anni dopo, quello stesso vestito, che mia madre aveva conservato in una custodia per abiti in modo che non si sciupasse, sarebbe stato indossato da mia nipote, per un Carnevale.

Torniamo, ancora una volta alla mia scatola di bottoni, che prima di essere mia è stata anche di mia madre. Mia madre non è brava come mia nonna a cucire, però riusciva a fare qualche riparazione, a scorciare un orlo e a far funzionare la vecchia macchina da cucire a pedale (finché non si è rotta, aimè, ma non disperate, è ancora parte della famiglia). Anche lei non butta via niente e ha continuato a conservare e ad accumulare bottoni, usandone sempre molto pochi però.
Adesso, mia nonna non c’è più e mia madre è preda dell’età e di una depressione pesante e così quei bottoni sono diventati una mia responsabilità. Ogni tanto li tiro fuori, anche solo per guardarli. Ne rimango ancora incantata, come quando ero piccola e mia nonna apriva quella scatola magica perché a qualcuno era saltato un bottone da una camicia. Ce ne sono di varie epoche, lo so perché, per molti di loro, mi ricordo chi indossava il capo di abbigliamento dal quale sono stati levati. Alcuni sono veramente belli, altri sono antichi. Per me, sono tutti preziosi. Non vi so dire il motivo, ma sono molto affezionata a quei vecchi bottoni. Non vorrei, però, seguire le orme delle precedenti proprietarie e tenerli lì, solo in caso di emergenza. Li voglio usare, voglio farli tornare a vivere, voglio portarli in giro con me a vedere il mondo. Ne ho già scelto qualcuno per una giacchina ad uncinetto che ho finito in primavera e che è pronta a tenermi al caldo nel prossimo autunno. Le mancano solo i bottoni.


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