Lucca, Via delle Mura Urbane

Come vi raccontavo negli articoli precedenti, io e mio marito, poco più di un anno fa, abbiamo impacchettato tutte le nostre cose e ci siamo trasferiti nel centro storico di Lucca, una città della quale negli anni ci eravamo letteralmente innamorati. Più avanti cercherò, per quanto sarà possibile, di raccontarvi quanto possa essere commovente, elettrizzante e rasserenante vivere nella nostra casetta e ritrovarci circondati, ogni volta che usciamo, da palazzi, scorci e particolari che sembrano presi dalla scena di un film. Oggi, invece, vorrei parlarvi di un certo tipo di indipendenza che sto sperimentando nella mia nuova città e che, per quanto io provi a ricordare, non credo di aver mai provato prima. Ma facciamo un passo indietro.

Adoro camminare. Non sono una tipa sportiva. Mi sono iscritta varie volte in palestra, nel corso della mia esistenza. Il mio record in positivo credo sia stato esserci andata una decina di volte, dopo aver pagato l’abbonamento semestrale, quello negativo conta una sola presenza dopo aver sborsato 90 mila lire (che alcuni di voi forse neanche sapranno cosa sono, per quanti anni son passati) per l’abbonamento mensile. Un disastro. Non è però solo un discorso di costanza. È che negli sport sono proprio imbranata. I motivi principali sono due: manco di forza fisica e la mia coordinazione risulta non pervenuta. Ho un vago ricordo, che la mia memoria sta provando a cancellare da più di trent’anni, di una lezione di educazione fisica durante il secondo anno delle scuole medie. La classe seduta a terra in due file, una difronte all’altra, a creare una specie di corridoio infernale. Uno di noi, a turno, che corre, si lancia saltando su una pedana a molla, sfrutta lo slancio per superare un cavallo (senza maniglie, che, se non aveva visto la seconda guerra mondiale, ci era andato vicino). La prof che fischia per darci il via e poi, per quei pochi secondi che passano dall’inizio della corsa al lancio nel vuoto, ci urla che solo le mani possono toccare il cavallo, per aumentare lo slancio, mentre i piedi devono “volare” direttamente sul tappetino che c’è dall’altra parte.
Mi domando spesso quando sia iniziata la mia ansia. So per certo che quel giorno già ne soffrivo.
È il mio turno. Mi sembra che il solo dover passare in mezzo alle mie compagne e ai miei compagni sia un esercizio sufficiente a richiedere tutta la mia concentrazione per non smettere di respirare. In quale universo, mentre sento un ronzio in testa che, a confronto, il rumore della cappa da cucina messa al massimo risulta delicato e quasi piacevole, e la vista comincia ad offuscarsi, io dovrei riuscire a centrare la pedana e a “volare” dall’altra parte. La prof fischia. Smetto di ragionare. Comincio a correre. I miei piedi toccano uniti la pedana. Volo dall’altra parte. Atterro sul tappetino. Sono salva.
Riprendo a respirare, la testa mi gira, ma non dico niente. Mi rimetto seduta al mio posto. Tra una mezz’ora torneremo a scuola (la palestra fa parte di un altro istituto, che ce la “presta”). Mi distraggo guardando una delle finestre, che sono piccole e alte e non permettono di vedere altro se non una strisciolina di cielo o del palazzo di fronte. La prof si accorge che è ancora presto e decide di farci fare un altro giro. Perché? Sono sopravvissuta a questa cosa del “salta-non toccare coi piedi-vola” una volta. Ho finito l’adrenalina, tutta, consumata. Non è una roba che posso bissare, si è trattato semplicemente di fortuna, una smisurata quantità di fortuna.
È nuovamente il mio turno. Alcune delle mie compagne e dei miei compagni hanno già dovuto ripetere tutto due volte, per passare dall’altra parte. Devono essere a corto di fortuna anche loro. La prof fischia. Smetto di ragionare. Inizio a correre. Il piede destro finge di non conoscere il sinistro e mi dice di non volerci avere niente a che fare, il sinistro fa lo stesso. Atterro sulla pedana a molla con la punta del destro. Mi ritrovo con entrambi i piedi sul cavallo, pronta ad alzarmi. La prof mi urla di scendere e riprovare. Eseguo. Come sopra. Questa volta, sul cavallo, mi ci ritrovo seduta. La prof non demorde, mi fa provare una terza volta, e io mi ritrovo nuovamente coi piedi sul cavallo. Devo avere il viso in fiamme, perché le guance mi bruciano in modo soffocante. Sono in apnea non so da quanto. È tardi. La prof dice che non c’è più tempo e dobbiamo rientrare. Riprendo a respirare. Il supplizio è finito. Chi era dopo di me in ordine alfabetico esulta con cori da stadio urlati sottovoce per non farsi sentire dalla prof. Usciamo all’aperto. È finita.

Spero vi siate fatti un’idea del mio rapporto con le attività sportive. Evito di raccontarvi delle due o tre volte in cui ho provato a giocare a pallavolo perché è andata anche peggio.
Dopo questa piccola premessa, torniamo a noi.
Adoro camminare, anche se non sono sportiva, anche se ho poca coordinazione. Adoro camminare e mi piace farlo a passo svelto, non amo particolarmente passeggiare. Mi piace camminare nel verde, ma ho il terrore dei parchi. C’è troppo verde, ci son poche persone, i possibili pericoli sono infiniti e indefiniti, la quota ansia è da record. Ora voi vi starete chiedendo: ma il senso di quello che stai scrivendo qual è?
Ci arrivo, ci arrivo, abbiate pazienza.
Il centro storico di Lucca è circondato da un parco urbano, costituito dalla cerchia muraria di epoca rinascimentale, lunga 4 chilometri e 223 metri. La storia della costruzione delle mura potete trovarla online, ma per apprezzarne la bellezza non bastano foto e video, bisogna venirci a camminare. Sì, perché sopra le mura, per tutta la loro lunghezza, c’è una passeggiata, fiancheggiata da due fila di alberi, che permette di osservare il verde e i palazzi che circondano il centro, guardando verso l’esterno, e di curiosare con la vista su terrazze, tetti, campanili e giardinetti, guardando verso l’interno. C’è sempre molta gente, già dalla mattina presto. Io non amo la gente, mi fa venire l’ansia. E non amo i parchi, perché sono isolati e mi fanno venire l’ansia. Stranamente, però, ho scoperto che un parco dentro il cuore pulsante della città e le molte persone che lo frequentano, fondendosi insieme, creano una specie di bolla che fa scendere la mia ansia al livello “uhhh, riesco a respirare, che bello!”. Lo scorso anno, poco dopo esserci trasferiti, avevo preso l’abitudine di andare a fare il giro delle mura, camminando a passo svelto, proprio come piace a me, provando un senso di liberazione quasi inusuale. Non era durata molto, però, da una parte perché, come vi ho ripetuto fino alla nausea, la costanza non è la mia dote principale (un po’ come la coordinazione), dall’altra perché, prima dell’arrivo dell’autunno, la depressione di mia madre era peggiorata ed era iniziato un periodo di preoccupazioni, di decisioni da prendere e di scelte da compiere. Quando si deve decidere per gli altri, è tutto più difficile, così era peggiorata anche la mia ansia ed una parte di me era andata in letargo, come fanno gli animali per proteggersi dal freddo, lasciando spazio ad altre parti, capaci di fare e disfare castelli in un battito di ciglia. Mi sono risvegliata a primavera, con una quantità di cose fatte alle spalle da non credere di esserci riuscita veramente, ma anche con la consapevolezza dei mesi passati senza che io me ne fossi resa conto. È seguito un periodo di limbo che è somigliato a quando la mattina ti stiracchi nel letto cercando la voglia di alzarti e, nel frattempo, programmi mentalmente la giornata.
In quel momento, analizzando la situazione, mi sono resa conto di quanto mi mancasse la mia camminata mattutina sulle mura con quel senso di benessere e quella stanchezza positiva che mi regalava. Così, dopo aver fatto e disfatto altri castelli, perché pare che l’elenco delle cose da fare e delle rogne da sbrigare non finisca mai, una mattina, ho finalmente ripreso la mia attività preferita.

Esco presto, massimo alle sette e mezza, altrimenti dopo c’è il pericolo di beccare troppa gente e troppo caldo. Percorro quasi sempre lo stesso tragitto per arrivare alle mura e scelgo quasi sempre lo stessa salita per raggiungere la passeggiata. Sorrido e inizio a camminare. Guardo alla mia destra e alla mia sinistra, riconoscendo panorami e baluardi, terrazze e giardinetti. Supero il giardino di Palazzo Fanner, bellissimo, rallentando un attimo per ripetermi che devo andare assolutamente a visitarlo. Conto le porte delle mura sulle quali passo, alleno il mio senso dell’orientamento, immaginandomi come un puntino su una mappa che guardo dall’alto. Quando arrivo all’altezza dell’Orto Botanico rallento nuovamente. La bellezza del poco che riesco a vedere mi ricarica per l’intera giornata. Un altro posto da andare a visitare, che mi dice che sto per raggiungere il traguardo. Intanto sono circondata da gente. Chi fa un giro in bici, chi corre, chi passeggia col consorte, discutendo del prossimo viaggio da fare o di cosa preparare per pranzo. Amiche e amici che spettegolano sottovoce, per proteggersi da orecchie indiscrete, che si raccontano segreti o pene d’amore e che ridono fragorosamente per una battuta. Cani che portano a spasso i loro umani. Umani che provano a portare a spasso i loro cani. Vite che si incrociano, si sfiorano, calano l’andatura per lasciare il passo ad altre vite che corrono più veloci. Osservo poco, mi sento molto osservata. So che è l’ansia. Respiro. Sono tornata al punto di partenza, posso scendere. Sono tentata di fare un secondo giro, ma non sono ancora abbastanza allenata. Non voglio bruciare le tappe, per poi dovermi fermare. Vorrei trovare, nel prendermi cura di me, quella costanza che sto cercando nella scrittura. È complicato. Molto complicato. Forse, però, questa volta non è impossibile.


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