Crawling

Oggi è venerdì 6 settembre e, come chiunque segua i Linkin Park saprà già, questa notte la band è letteralmente ripartita da zero. Per me, è impensabile non scrivere qualcosa a riguardo.

Iniziamo partendo da parecchi anni fa. Non mi ricordo la data precisa e neanche cosa stessi facendo quel giorno, ma so che c’era MTV in sottofondo e, a un certo punto, una voce aveva catturato la mia attenzione, costringendomi a sedermi sul letto e a restare incollata allo schermo fino alla fine del video. Chester Bennington, dalla TV, urlava, sulle note di Crawling, tutta la mia disperazione.
Non ne sono certa, ma credo di aver pianto. Se non lo avevano fatto i miei occhi, di certo lo aveva fatto la mia anima. Nessuna canzone e nessuna voce mi avevano mai fatta sentire così. Spesso, quando ascoltiamo della musica, scegliamo pezzi che rispecchino il nostro stato d’animo, ma quel pomeriggio ho sentito una connessione molto più intima e totalizzante. Mi sono sentita capita fin nel profondo. È stato come percepire il calore di una mano amica su una spalla che, infondendomi coraggio, mi diceva “non sei sola, non sei l’unica a stare così, puoi farcela, puoi dare sfogo a quello che hai dentro, ti aiuto io a tirarlo fuori”. È stato come se qualcuno riuscisse finalmente a vedere il buio che avevo dentro.
Da quel momento, non ho idea di quante volte io abbia ascoltato Crawling, credo qualche migliaia. Per periodi lunghi anni, ho iniziato le mie giornate con la musica dei Linkin Park e con la voce di Chester. Una serie di pezzi meravigliosi che con le loro melodie e i loro testi mi facevano sentire libera dallo spazio e dal tempo, che mi proiettavano in una dimensione dove potevo spaccare i vetri della prigione che mi opprimeva ed espandermi nell’aria assieme all’urlo della sua voce. Quanti pianti, al buio, sdraiata sul letto, con le cuffie alle orecchie per non disturbare chi mi stava vicino, mentre l’anoressia mi stritolava nelle sue spire, nel tentativo di non farmi stritolare da tutto il resto. Quanta forza mi è arrivata, per affrontare momenti che mi sembravano impossibili da superare. Quanta speranza di potercela fare mi hanno dato quelle canzoni e quella voce, che sapeva urlare al mondo al posto mio tutto quello che avevo dentro e anche di più, facendomi scoprire, a volte, emozioni che non sapevo neanche di stare provando, salvandomi, spesso, anche da me stessa. Quanta rabbia. Quanta disperazione. Molti pensano che ci voglia un motivo valido e tangibile per sentirsi disperati. Evidentemente, non hanno mai provato il terrore di alzarsi dal letto e di affrontare una nuova giornata. L’ansia, l’angoscia, la depressione, il panico, la sensazione di non riuscire a respirare che, alle volte, ti dura per giorni e giorni di seguito, senza alcun motivo apparente, mentre tutti intorno ti chiedono perché stai così male e ti dicono che deve esserci per forza una causa. E invece no, molte volte un motivo non c’è e di certo non puoi dire a nessuno che hai pianto per un quarto d’ora buono solo perché ti è caduto a terra un bicchiere pieno d’acqua. E altre volte, quando un motivo c’è, magari non lo racconti lo stesso, perché stai proteggendo qualcuno, perché non sai spiegare a parole che ti sei accorta che tua madre sta entrando in fase maniacale e che la tua vita sarà un inferno per i mesi successivi. Non lo vuoi fare. Non lo puoi fare. Non riesci a farlo. In ognuno di questi momenti, Crawling è stata il mio appiglio, il mio posto sicuro nel quale rifugiarmi, nel quale potevo cedere alle emozioni. Come sempre, mi bastava sdraiarmi al buio, mettere le cuffie e alzare il volume al massimo.

E poi, il 20 luglio del 2017, quella voce non è più riuscita a reggere la pressione delle spire che la stritolava e ha scelto di spegnersi e io, come tutti gli altri che aveva aiutato, soccorso e salvato, non avevo potuto fare niente per impedirlo. Quanti pianti. Quel giorno lo ricordo benissimo. Io e mio marito eravamo in viaggio verso Vinci per la Festa dell’Unicorno. Avevo letto la notizia per caso, mentre eravamo fermi ad una stazione di servizio, ed avevo pianto tutte le mie lacrime.
Ci ho messo più di un anno per riuscire ad ascoltare nuovamente quella voce e quella musica, piangendo come una fontana, le prime volte. Chester non potrà mai essere dimenticato e non smetteremo mai di piangere la sua perdita. Chester è insostituibile.
Quel 20 luglio, però, per gli altri componenti della band, artisti pieni di talento e professionalità, non solo è morto un amico, un membro della loro famiglia, ma è morta anche una parte della loro vita. Un pezzo del loro mondo si è spento, sgretolandosi davanti ai loro occhi inermi. Progetti, programmi, sogni spazzati via e sostituiti dal devastante vuoto della perdita. Non oso immaginare come possa essere stato. Per ognuno di loro. Per Mike, che aveva dato inizio a tutto.

Sono passati poco più di sette anni da allora. Sette anni in cui sono successe tante cose, in cui loro sono andati avanti con le loro vite e durante i quali hanno continuato a far andare avanti la band. Fino a ieri notte.
Ieri sera, mi sono addormentata presto, come mi succede spesso, e mi sono persa il live, ma viviamo in un’era in cui, grazie ad internet, ogni momento può trasformarsi nel presente, quindi questa mattina, poco dopo l’alba, mentre la mia città era ancora avvolta nel silenzio, mi sono accucciata sul divano, col mio smartphone, pronta a scoprire cosa fosse successo. Pronta? Non proprio, forse non del tutto, perché si era capito che ci sarebbe stato l’annuncio di chi si sarebbe unito alla band e, diciamocelo, è una roba grossa.
Ho mandato avanti i primi 15 minuti o poco più del video, quelli che, credo, dovevano dare il tempo alle persone di connettersi, e ho ringraziato la me stessa di ieri sera per essersi addormentata. Mi sarebbe venuta una gastrite per l’attesa. Ho iniziato a piangere al primo fascio di luce che ha illuminato lo schermo del cellulare. Le lacrime hanno iniziato a scendere copiose quando due ragazzi dello staff sono saliti sul palco e hanno tolto i teli di plastica che coprivano gli strumenti. Un’immagine che ha reso meglio di milioni di parole cosa questi sette anni siano stati per i Linkin Park. Tornano finalmente a casa, dopo averla dovuta lasciare all’improvviso, perché starci era troppo doloroso. Starci era impossibile. Hanno elaborato il lutto. E non solo quello che hanno vissuto per la perdita di Chester. Non tutti sono tornati. Mentre scrivo, ho poche informazioni. Non ho cercato articoli di giornale, non ho letto notizie e non ho alcuna risposta ai mille perché che mi frullano in testa. Volevo avere a disposizione solo il mio punto di vista dopo aver visto il live (e vi confesso che non sono ancora riuscita a guardarlo tutto. Mi prenderò il tempo che mi serve, perché, come vi dicevo, per me, come per moltissimi altri, i Linkin non sono solo una questione di musica). Ho visto salire sul palco volti nuovi e volti così familiari da farmi provare dolore fisico. Quando Mike si è avvicinato sorridente al microfono e ha detto “è bello rivedervi” ho sentito qualcosa sciogliersi dentro. Ho pensato a quanto lavoro, quanto coraggio e quanta energia ci siano voluti per tornare sul palco, con musica nuova, con le vecchie canzoni raccontate da una nuova voce, col corpo e l’anima segnati dal tempo, mostrandosi così semplicemente umani. Dove hanno trovato la forza e la speranza per ripartire “da zero”?
Hanno iniziato suonando un pezzo nuovo, che ha però tatuato “Linkin Park” in ogni singola nota. Mi ricorda Final Masquerade. Il titolo è “The Emptiness Machine”. Il testo fa male nella sua onestà: “voglio far parte di qualcosa”. La voce che si unisce a quella di Mike è di Emily Armstrong, che io sinceramente non conoscevo. Non è paragonabile a quella di Chester e non gli somiglia. Le emozioni che sprigiona non sono quelle che era capace di generare Chester. Non la si può vedere come una sostituzione. I Linkin Park non hanno trovato una sostituta per Chester. Si sono presi del tempo, hanno curato le proprie ferite, hanno accettato di aver perso pezzi di se stessi, oltre che della band, e si sono rimodulati in qualcosa di nuovo, che restasse quanto più fedele possibile alla loro anima. Emily canterà emozioni diverse, in un diverso modo. Il suo.
Sui social ci sono stati tanti commenti di supporto, di elogio e di accettazione e altri di critiche feroci, spietate e, in molti casi, sterili, di rifiuto di quello che era appena successo. Gente che è abituata a vomitare sulla tastiera tutto quello che di più scuro ha dentro, senza alcuna preoccupazione di poter fare del male. Come dicevo, non ho informazioni precise. Nelle ore che sto impiegando a scrivere questo articolo, è uscita un’intervista che credo fugherà molti dubbi, ma, conoscendo il grado di perfezionismo che sta dietro il progetto LP, immagino che ci saranno stati mesi e mesi di lavoro, se non anni, per tirare fuori pezzi nuovi, per trovare la nuova formazione e per rimboccarsi le maniche e ripartire da zero. Come si può buttare fango su tutta questa fatica e su tutto questo dolore? Come si può buttare fango mentre li osservi, sul palco, cercare l’appoggio di vecchi amici e la complicità di persone nuove? Come si può gettare fango su di loro e sulle loro scelte quando anche attraverso lo schermo del cellulare si riesce a scorgere il riflesso di Chester, inafferrabile, davanti al microfono, un decimo di secondo prima che parta la voce di Emily? Quanto può essere forte per loro questa sensazione? Come si può buttare fango su qualcuno che accetta, consapevole dei rischi e della pioggia di critiche che si beccherà, di entrare a far parte di un progetto che, anche se riparte da zero, è già fatto e finito. Una leggenda planetaria. Come si può gettare fango su una donna che trova il coraggio di salire su un palco e cantare quello che ha cantato Chester? Vi giuro, non lo capisco.
Dopo l’inedito, hanno suonato Somewhere I belong e poi, prima di Crawling, Mike ha fatto le presentazioni. Sembra assurdo e blasfemo anche solo pensare che i Linkin Park possano avere bisogno di presentarsi, ma tante cose sono cambiate e, in questo caso, è stato quasi d’obbligo.

Inizia una nuova era. I Linkin Park ripartono da zero. L’unica cosa che c’è da dire è: “In bocca al lupo! Mettetecela tutta!”.

PS: scrivere questo articolo è stato molto difficoltoso. La cosa che mi preme di più è di essere stata rispettosa.


Lascia un commento