Pensieri in movimento

Ho sempre avuto difficoltà nel portare a termine le cose. Gli inizi mi entusiasmano moltissimo. Studiare una materia che non conosco, intraprendere un nuovo progetto, cimentarmi in qualcosa per la prima volta sono tutte cose che mi riescono benissimo. Portare a compimento quello che ho iniziato… beh, è tutto un altro paio di maniche. Fare per molto tempo la stessa cosa mi viene difficile, quasi innaturale. Dopo un po’, per un motivo o per un altro, mi ritrovo a lasciar perdere tutto. Ora, però, non voglio tediarvi parlandovi dei sensi di colpa coi quali convivo da tutta la vita, dovuti proprio a questo mio modo di essere incostante. Col tempo e dopo parecchie sedute di
psicoterapia, sto imparando ad accettarmi e ad amarmi per quella che sono. Ho voluto fare questa premessa per mettere le mani avanti e avvisarvi che non è detto che porterò a termine quello che sto iniziando con voi. Anzi, al momento, ho dubbi anche sul fatto che pubblicherò questo mio primo articolo, ma facciamo un passo indietro.
Nella mia totale incostanza, c’è qualcosa che torna, alle volte anche ad anni di distanza: il mio bisogno di scrivere. La prima volta che ho scritto un racconto, senza che qualcuno me lo avesse assegnato come compito, credo sia stato intorno ai quattordici anni. Ricordo ancora l’eccitazione che provavo nel battere velocemente sui tasti della macchina da scrivere dei miei. Se chiudo gli occhi, posso ancora sentire quell’inconfondibile rumore, assieme a quella specie di scampanellio che si scatenava quando andavi a capo. Il racconto in questione era acerbo, come me, niente che valesse la pena conservare.
Col passare degli anni, ho iniziato altri racconti, mai finiti. Ho scritto primi capitoli di storie che sarebbero potute diventare romanzi, conservando qualcosa e buttando tutto il resto. Poi, intorno ai venticinque anni, un romanzo l’ho scritto sul serio. Non è stato il desiderio di raccontare a spingermi a farlo, ma qualcosa di più profondo e di molto doloroso. Forse per questo sono riuscita a terminarlo. Non è forse la disperazione quella forza capace di farci superare i nostri limiti?
Comunque, tornando a noi, una volta finito il romanzo (questa volta scritto al computer), l’ho spedito per posta ad un paio di case editrici (all’epoca si faceva così) e, dopo qualche mese di attesa senza ricevere risposta, ne ho infilato una copia su un ripiano della mia libreria e l’ho lasciato lì a prendere polvere. Mi ha seguito in tutti i miei traslochi, vincendo una carezza sulla copertina di plastica o un rapido abbraccio, prima di finire in uno scatolone.
Sono passati altri anni, parecchi anni, quasi venti e, dopo una meravigliosa ed appagante esperienza da ghostwriter per una cara amica, mi sono ritrovata, una sera, a tirare fuori quel vecchio romanzo e ad iniziare a leggerlo. Le emozioni e le idee che mi hanno attraversato quella notte, mentre arrivavo all’ultima pagina, sono state tante e non proprio armoniche le une con le altre.
Dai, non è così male, ci son parti buone
Però non si può definire proprio un romanzo, sembra più un riassunto
Chi mai avrebbe dovuto pubblicare una roba del genere, non ha né capo né coda
Non ha anima, non ha cuore, è una storia vuota
È infantile
Non rispecchia minimamente la donna che sono diventata

E avanti così, fino alla mattina dopo.
Da quella notte, sono passati più di tre anni. Dalle 178 pagine iniziali, sono arrivata a quattrocento e, a quel punto, mi è stato chiesto di dividerlo in due metà per una possibile pubblicazione. La prima metà l’ho già riletta più di trenta volte per le correzioni del caso, con delle pause anche di mesi tra una volta e l’altra, perché il desiderio di mollare tutto è sempre presente. D’altronde, se una cosa non è finita, non può essere dichiarata un fallimento. E c’è una cosa che mi spaventa ancor più che fallire: avere successo. Questa però è un’altra storia, una faccenda tra me e la mia psicoterapeuta.
Torniamo a noi. Presa dal fatto che scrivere mi appaga come poco altro (direi quanto le patatine fritte e voi non avete idea di quanto io ami le patatine fritte!), un paio di settimane fa ho deciso di dedicare un anno alla scrittura. 365 giorni, partendo dal primo luglio, durante i quali provare a scrivere tutti i giorni. Oggi siamo all’otto luglio e, sarà perché la scorsa settimana è stata complicata, sarà perché la mia capacità di autosabotarmi è ancora da medaglia olimpica, la realtà dei fatti è che ho scritto molto poco, in alcuni giorni proprio niente. Ieri sera, ero a cena fuori con mio marito e lo stavo ammorbando col mio perenne dramma “hai visto che disastro? neanche il tempo di iniziare che ho già gettato tutto alle ortiche” (credetemi, ho usato toni molto più coloriti, per esprimere il mio disappunto, ma non mi sembra questo il luogo in cui ripetere testualmente ciò che ho detto), e lui se n’è uscito con l’idea di aprire un blog e di scrivere un articolo al giorno, concludendo con “se hai un obiettivo, il resto verrà da sè”.
Non che l’idea di aprire un blog, in passato, non mi avesse sfiorata, anzi. Due anni fa, avevo io stessa avuto un’idea simile per spronarmi ad essere costante nella scrittura. Non l’ho neanche aperto, ma ho un file con la bozza di un articolo in una delle centinaia di cartelle che affollano il mio PC.

Quindi, l’attuale progetto è: 365 giorni (anzi meno, perché il primo luglio è passato da un pezzo) per scrivere 365 articoli e avere comunque abbastanza tempo per scrivere anche altro. Irrealizzabile, come la maggior parte delle cose che inizio. Diciamo che se riesco a mantenere un minimo di costanza e a scrivere un articolo a settimana, sarò già felicissima (oltre che incredula).
E adesso rispondiamo anche alla domanda che tutti vi starete ponendo: chi siete i “voi” a cui mi rivolgo?
Siete i miei ipotetici futuri (al momento inesistenti) lettori, i silenziosi testimoni di questo mio impegno e, probabilmente, anche della mia disfatta. Non voglio già fasciarmi la testa, però, perché, quando scrivo, mi sembra di traboccare di idee e di storie da raccontare, fino a sentirmi travolta dai pensieri che affollano la mia mente e la attraversano come l’acqua di un fiume. Pensieri in movimento perché non stanno mai fermi. Ci raggiungono all’improvviso allietandoci, sorprendendoci e facendoci spesso preoccupare. Spesso ci sfuggono quando vorremmo trattenerli, i nostri pensieri. E anche quelli ossessivi, non è che stiano sempre lì immobili. Si ritirano come le onde, per infrangersi un attimo dopo sulle spiagge della nostra mente, rallentare un attimo e poi ripartire in un crescente moto senza fine. E così, con due progetti di scrittura in corso, per non perdere il filo e, soprattutto, me stessa, userò questo spazio per raccogliere i miei pensieri in movimento.
Viste le premesse, vi starete chiedendo se arriverò almeno alla fine del mese, prima di mollare. La risposta è che non ne ho la minima idea. Una quindicina di anni fa, avevo aperto un blog di ricette e mi ero fermata alla quarta, quindi fate voi. Nella scrittura, come in tutto il resto, non riesco ad essere ripetitiva, ma scrivere è una delle cose che amo di più fare, quindi, come regalo per i miei quarantasette anni che son già dietro l’angolo, voglio almeno provarci.
Vi avviso però, questo blog non avrà un tema preciso. Potrebbero esserci ricette di cucina o storie appena inventate, un articolo su quanto mi piaccia riordinare l’armadio e un altro su quanto io detesti farlo. Tutto dipenderà dalla giornata, dal mio umore e, soprattutto, dalla mia voglia di scrivere. Come avrete capito, al momento, ho molte idee ben confuse e non so dove mi porterà questo percorso di scrittura ma, se vi va, possiamo scoprirlo insieme.


Una replica a “Pensieri in movimento”

  1. ciao ecco un altro per molti “incostante” ma costante per se stesso

    io credo di avere aperto e chiuso nel giro di poco tempo almeno cinque o sei blog per poi approdare al mio attuale in cui ho capito questo: non serve quanto scrivo ma quello che scrivo

    ho capito che per me è fondamentale non sentire obblighi o legami; devo scrivere esattamente quando le parole ci sono altrimenti è un inutile e sterile esercizio di stile senza poter dare nulla agli altri e anche a se stessi

    ti seguirò nella tua incostanza/costanza decidi tu come chiamarla!!!!

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